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ControVersa: DECOSTRUZIONISMO / ANTIDECOSTRUZIONISMO IN ROMANIA

di Francesco Zavatti

Il crollo dei regimi comunisti est-europei ha segnato una fase di svolta per i panorami storiografici nazionali. Il ritorno della società civile sulla scena politica e culturale ha innescato una vera e propria competizione per le risorse messe a disposizione non più solo dei partiti-stato, ma anche da istituzioni pubbliche e private a livello locale, nazionale ed europeo. Questa contesa per le disponibilità finanziarie ha visto impegnati gli storici nel tentativo di favorire interpretazioni tra loro contrastanti per metodi, stili e finalità: tra di loro, a competere per l’assegnazione di queste risorse, vi era anche quella che Stephen Kotkin definisce “società incivile”, l’élite del periodo comunista [1]. Nonostante il 1989 sia stato per l’Europa orientale l’anno del cambiamento, le continuità sia politiche che culturali non sono da sottovalutare: così come i politici che guidarono le transizioni più o meno pacifiche provenivano dai partiti comunisti, anche gli storici della nuova era avevano lavorato all’interno di istituzioni accademiche degli stati totalitari, chi con un’affiliazione politica attiva e chi invece costretto per lunghi anni a compiere costanti compromessi per sopravvivere a livello professionale [2].

Da questo punto di vista, il panorama della storiografia romena post-1989 offre solo in parte prove tangibili del cambiamento: le continuità, negli anni Novanta, risultano tanto più evidenti se si guarda al mondo degli storici, ancora egemonizzato dalle cerchie più legate al tardo regime di Ceauşescu e ai suoi eccessi encomiastici nei riguardi del leader, del partito e della nazione. La spinta al cambiamento e all’adozione di nuovi modelli di interpretazione storiografica non basati su quello che Furio Jesi definiva «ciarpame ideologico» [3], che è stato il prodotto più longevo e significativo del nazionalcomunismo romeno, risultò del tutto secondaria anche negli anni Novanta e principalmente legata a quegli storici che, con cautela, già durante l’epoca comunista avevano creato delicati legami con la storiografia occidentale, sia di tipo puramente intellettuale (l’apprendimento appassionato del metodo delle «Annales») [4] sia di tipo personale (le relazioni professionali e umane intessute durante del conferenze internazionali).

La coesistenza pacifica tra vecchi e nuovi storici, nella prima metà del decennio, era parzialmente assicurata da un lato (in parte e temporaneamente) da una ritirata dei nazionalcomunisti in posizioni di minor prestigio, con la ribalta di storici antichisti e medievisti nei ruoli chiave nelle università di punta (a Bucarest, come a Iaşi e a Cluj-Napoca), con la dismissione (anche questa temporanea) dei progetti storiografici “colossal” – in più volumi – del regime comunista [5], ma soprattutto perché discorsi innovativi a livello metodologico, quali erano quelli proposti dai nuovi storici, avevano una portata mediatica pari a zero. Per quale motivo? La disciplina storica era ancora identificata con la storia nazionale medesima. Per questo motivo, tutto ciò che non corrispondeva alla nazione non era di rilevanza per i mass media.

Un significativo cambiamento di tendenza relativo al rapporto tra i fautori delle due tipologie di storiografia fu segnato dall’apparizione dalle opere dello storico della storiografia Lucian Boia e dalla pubblicazione, nel 1999, di un manuale scolastico. Boia, nel 1980, era riuscito a proporre il panel che al Convegno Internazionale di Scienze Storiche di Bucarest favorì il primo incontro tra gli storici che avrebbero fondato la rivista «Storia della Storiografia» [6]. Il Convegno fu la più importante vittoria per regime di Ceauşescu a livello internazionale negli anni ottanta: fino dal 1965, quando il “genio dei carpazi” era andato al potere, la sua dedizione nel trasformare la disciplina storica in uno strumento di propaganda aveva mosso ingenti risorse statali e di partito per sviluppare un canone reverente nei confronti del partito e della nazione. Tuttavia, quella fu anche l’ultima occasione di incontro e scambio con gli storici occidentali: dopo il 1980, le occasioni di scambio e di apertura furono poche, poiché gli intellettuali di partito, con poche eccezioni, partecipavano a una competizione sfrenata per adulare ed encomiare il leader maximo e la moglie – e poco importava che le loro narrazioni non avessero nulla a che fare con un approccio critico al passato [7].

Lo stile delle opere di Boia, diretto e semplice, raccontava la nazione romena riuscendo a spiegare al grande pubblico, e con un vasto successo editoriale, come si possono decostruire i miti della storiografia nazionalista scritta per conto del potere politico [8]. Boia ha adottato e popolarizzato il decostruzionismo come metodo di interpretazione della storia finalizzato alla verifica dei legami tra narrazione storica e potere, dirigendo le sue ricerche verso l’origine e lo sviluppo dell’immaginario e del mito. Le sue opere di metà anni novanta analizzavano le mitologie nazionali presenti in Romania dal diciannovesimo secolo fino al periodo comunista, con l’intento di mostrare al grande pubblico come affrontare con disincanto le sfide dell’incerto presente, senza seguire i miti che lo scienziato politico Vladimir Tiasmăneanu ha definito criticamente «fantasie di salvezza» [9].

A fronte di queste innovazioni, evidentemente consci della povertà della storiografia da loro proposta sin dagli anni del comunismo [10], gli storici nazionalisti hanno cercato e ottenuto il supporto dei media nazionali per poter attaccare Boia dal piccolo schermo e dai principali quotidiani nazionali, accusandolo di essere un traditore del paese al servizio di forze occulte [11]. Digiuni di ogni discussione di tipo metodologico, questi hanno attaccato Boia legittimando la lunga tradizione anti-teorica della storiografia romena. Tuttavia Istorie și mit în conștiința românească [12] (Storia e mito nella coscienza romena), monografia pubblicata da Boia per Humanitas e per Central European University Press, è stata più volte ristampata nel corso dei decenni – segno che un linguaggio semplice e un approccio non conforme anche rispetto a temi “classici” come la nazione siano strumenti vincenti nei confronti del pubblico non specialistico.

Il manuale al quale si fa riferimento, diretto nel 1999 dal giovane storico transilvano Sorin Mitu (oggi professore all’Università Babeş-Bolyai di Cluj-Napoca) per la casa editrice Sigma e destinato a divenire uno dei manuali facoltativi per il corso di storia della dodicesima classe, fu oggetto di un attacco senza precedenti da parte dei media [13] e di quella che all’epoca rappresentava l’opposizione politica (il Partito Social-Democratico), che denunciò un complotto ai danni della nazione ordito da parte del ministero dell’Istruzione, guidato da Andrei Marga. Gli attacchi furono soprattutto all’insegna dell’insulto, dell’ingiuria e della diffamazione, ma vi fu anche chi, come l’ex-ministro degli esteri Adrian Năstase (socialdemocratico), accusò gli autori del volume di essere al servizio di potenze straniere [14].

Con l’ascesa a premier di Năstase nel 2000, la concessione per l’utilizzo scolastico del manuale venne ritirata. Sotto il nuovo governo, l’“anti-decostruzionismo” divenne un punto cardine del discorso degli storici nazionalisti. Lo storico Ioan Scurtu, consigliere del presidente Ion Iliescu (socialdemocratico), affermò che il decostruzionismo

non è frutto del caso, non è il prodotto delle riflessioni di alcune persone isolate, ma è un’azione pianificata che, sotto il pretesto della demitizzazione, mira alla minimizzazione e perfino alla distruzione dei valori nazionali. Ricordo che nel curriculum di storia romena per la dodicesima classe, stabilito dal ministero dell’Istruzione nel 1999, sono assenti i quattro “pilastri” della nostra civiltà: antichità, continuità, indipendenza, unità [15]

– cioè i quattro assi dei costrutti mitici oggetto della decostruzione operata da Boia nella sua produzione storiografica.

Dal primo decennio del nuovo millennio, le influenze internazionali riuscirono a frenare gli eccessi nazionalisti e gli episodi più clamorosi di autoassoluzione per il passato nazionale: ad esempio, il tentativo di Iliescu di far passare la tesi negazionista secondo cui, in Romania, l’Olocausto non sarebbe mai avvenuto, a cui fece seguito l’istituzione di una commissione internazionale per stabilire la verità storica sull’Olocausto in Romania, che portò alla creazione dell’Istituto Elie Wiesel per lo Studio dell’Olocausto in Romania, con sede a Bucarest [16].

In anni più recenti, il ricambio generazionale ha messo progressivamente fuori gioco un ampio numero di esponenti della “vecchia guardia”. Questo ha fatto sì che gli attacchi frontali agli approcci decostruzionisti non siano più il principale argomento dei maggiori media nazionali. Inoltre, a giudicare dalle recenti produzioni delle università e degli istituti per la storia contemporanea, il nazionalismo storiografico non è più il maggior trend tra i contemporaneisti. Sembra quindi ipotizzabile che, negli anni novanta dello scorso secolo, l’ossequio al canone nazionalista e ai suoi “pilastri” da parte dei giovani ricercatori non strutturati sia stato più che altro dettato dalla necessità di sopravvivere a livello accademico.

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NOTE


[1] KOTKIN, Stephen, Uncivil Societies. 1989 and the Implosion of the Communist Establishment, New York, Modern House, 2009.

[2] VERDERY, Katherine, National Ideology under Socialism. Identity and Cultural Politics in Ceauşescu’s Romania, Berkeley, Univerity of California Press, 1991.

[3] JESI, Furio, Cultura di destra, Milano, Garzanti, 1993.

[4] HARITON, Silviu, Beyond national history: the reception of Annales in Romania, relazione presentata al convegno «Representations of the Past: the Writing of National History in the 19th and 20th-Century Europe», tenutosi alla NHIST Summer School, Köszeg, 30 giugno – 6 luglio 2008; p. 1.

[5] ZAVATTI, Francesco, Comunisti per caso. Regime e consenso in Romania durante e dopo la guerra fredda, Milano, Mimesis, 2014.

[6] BOIA, Lucian, Istoriile mele. Eugen Stancu în dialog cu Lucian Boia, Bucarest, Humanitas, 2012.

[7] ZAVATTI, Francesco, Writing History in a Propaganda Institute. Political Power and Network Dynamics in Communist Romania, Södertörn University, Huddinge, 2016. VELIMIROVICI, Felician, Istorie şi istorici în România comunistă, 1948–1989, Oradea, Editura MEGA, 2015.

[8] Si vedano BOIA, Lucian, Mituri istorice românești, Bucarest, Edizioni Universitarie, 1995; ID., Miturile comunismului românesc, 2 Voll., Bucarest, Edizioni Universitarie, 1995, 1997. ID., Istorie și mit în constiinţa româneasca, cit.; ID., Jocul cu trecutul. Istoria între adevăr și ficţiune, Bucarest, Humanitas, 1998; ID., Două secole de mitologie naţională, Bucarest, Humanitas, 1999.

[9] TISMᾸNEANU, Vladimir, Phantasies of Salvation, Democracy, Nationalism, and Myth in Post-Communist Europe, Princeton, Princeton University Press, 1999.

[10] LIVEZEANU, Irina, The Poverty of Post-Communist Contemporary History in Romania, Washington, D.C., National Council for Eurasian and East European Research, 2003

[11] MURGESCU, Bogdan Costin, La storiografia romena negli anni novanta, in LAUDIERO, Alfredo (a cura di), Oltre il nazionalismo. Le nuove storiografie dell’Est, Napoli, L’Ancora del Mediterraneo, 2004; pp. 131-151.

[12] BOIA, Lucian, Istorie și mit în conștiința românească, Bucarest, Humanitas, 1997.

[13] La puntata della trasmissione televisiva Marius Tuca Show dove gli autori del manuale sono stati attaccati per più di due ore dal conduttore e dal direttore del quotidiano «Adevărul», URL: < https://www.youtube.com/watch?v=x1kXtKL3MAQ > [consultato il 25 marzo 2019].

[14] IORDACHI, Costantin, «“Entangled Histories”: Re-Writing the History of Central and Southeastern Europe from a Relational Perspective», in Etudes Européennes, 4, 29 aprile 2004; pp. 1-24, p. 12.

[15] MURGESCU, Bogdan Costin, op. cit., p. 144.

[16] STAN, Lavinia, Transitional Justice in Post-Communist Romania: The Politics of Memory, Cambridge, Cambridge University Press, 2013, p. 117.

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Bibliografia essenziale

Bibliografia essenziale

  • BOIA, Lucian, Istoriile mele. Eugen Stancu în dialog cu Lucian Boia, Bucarest, 2012.
  • BOIA, Lucian, Două secole de mitologie naţională, Bucarest, Humanitas, 1999.
  • BOIA, Lucian, Jocul cu trecutul. Istoria între adevăr și ficţiune, Bucarest, Humanitas, 1998.
  • BOIA, Lucian, Istorie și mit în conștiința românească, Bucarest, Humanitas, 1997.
  • BOIA, Lucian (a cura di), Mituri istorice românești, Bucarest, Ed. Univ., 1995.
  • BOIA, Lucian, Miturile comunismului românesc, 2 voll., Bucarest, Ed. Univ., 1995-1997.
  • HARITON, Silviu, Beyond national history: the reception of Annales in Romania, relazione presentata al convegno «Representations of the Past: the Writing of National History in the 19th and 20th-Century Europe», tenutosi alla NHIST Summer School, Köszeg, 30 giugno – 6 luglio 2008.
  • IORDACHI, Constantin, «“Entangled Histories”: Re-Writing the History of Central and Southeastern Europe from a Relational Perspective», in Etudes Européennes, 4, 29 aprile 2004, pp. 1-24, URL: < http://edz.bib.uni-mannheim.de/daten/edz-k/gde/r4a5.pdf > [consultato il 25 marzo 2019].
  • JESI, Furio, Cultura di destra, Garzanti, Milano, 1993.
  • KOTKIN, Stephen, Uncivil Societies. 1989 and the Implosion of the Communist Establishment, New York, Modern House, 2009.
  • LIVEZEANU, Irina, The Poverty of Post-Communist Contemporary History in Romania, Washington, D.C., National Council for Eurasian and East European Research, 2003.
  • MURGESCU, Bogdan Costin, La storiografia romena negli anni novanta, in LAUDIERO, Alfredo (a cura di), Oltre il nazionalismo. Le nuove storiografie dell’Est, Napoli, L’Ancora del Mediterraneo, 2004; pp. 131-151.
  • PETRESCU, Dragoş, PETRESCU, Cristina, Mastering vs. Coming to Terms with the Past: A Critical Analysis of Post-Communist Romanian Historiography, in SORIN, Antohi, BALÀZS, TRENCSÉNYI, Péter Apor (eds.), Narratives Unbound. Historical Studies in Post-Communist Eastern Europe, Budapest, Central European University Press, 2007, pp. 311-408.
  • STAN, Lavinia, Transitional Justice in Post-Communist Romania: The Politics of Memory, Cambridge, Cambridge University Press, 2013.
  • TISMᾸNEANU, Vladimir, Phantasies of Salvation, Democracy, Nationalism, and Myth in Post-Communist Europe, Princeton, Princeton University Press, 1999.
  • VELIMIROVICI, Felician, Istorie şi istorici în România comunistă, 1948–1989, Oradea, Editura MEGA, 2015.
  • VERDERY, Katherine, National Ideology under Socialism. Identity and Cultural Politics in Ceauşescu’s Romania, Berkeley, Univerity of California Press, 1991.
  • ZAVATTI, Francesco, Writing History in a Propaganda Institute. Political Power and Network Dynamics in Communist Romania, Huddinge, Södertörn University, 2016.
  • ZAVATTI, Francesco, Comunisti per caso. Regime e consenso in Romania durante e dopo la guerra fredda, Milano, Mimesis, 2014.

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Marius Tuca Show: la puntata dedicata al manuale scolastico curato da Sorin Mitu.

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